sabato 6 ottobre 2007

CNC
CATTEDRA DEI NON-CREDENTI
di San Zulian

Martedì 17 aprile 2007

1) Abbiamo cercato di analizzare in quali casi una guerra si possa considerare giusta.
Padre Konrad ha affermato che nella dottrina cattolica l’omicidio è contemplato in tre casi:
-autodifesa contro un aggressore ingiusto;
-guerra giusta, solo in caso di necessità se non c'è altro rimedio e con la retta intenzione di promuovere il bene ed eliminare il male;
-pena di morte in casi estremi.
Don Carlo Seno ha precisato che tutti e tre si possono riassumere nell'unico caso della legittima difesa.
2) E’ lecito per un credente che segue l’esempio di Cristo del porgere l’altra guancia, rispondere alla violenza con la violenza? Cosa fare nel caso in cui vengano lesi i nostri diritti? E’ possibile rispondere alla violenza con la forza dell’amore? Sarebbe stato proponibile un atteggiamento come quello di Gandhi contro la macchina bellica nazista che voleva sottomettere l’Europa? Bisogna però considerare che Gandhi ha potuto usare il metodo della non violenza perché l'impero britannico condivideva gli stessi suoi valori, ma in India non li metteva in pratica. E se l’avversario non condivide gli stessi nostri valori? Hitler non avrebbe aspettato altro che trovare nemici non violenti per debellarli senza tanti scrupoli. Il vero pacifismo è la rinuncia a prendere in mano le armi o la lotta per assicurare una pace duratura?
3) “Voi non sapete cos'è la guerra, è un inferno!” La guerra è bella per chi non la conosce. Non si può considerarla come la guerra di Omero che era più un confronto tra abilità. Ora è una cosa sporca, senza rispetto per nessuno, con ordigni nucleari e armi batteriologiche che non lasciano né vinti né vincitori.
4) E’ giusto che uno stato entri in guerra per aiutarne un'altro? Lasciare morire migliaia di persone non sarebbe cristiano. D’altra parte è pericoloso perché uno stato potrebbe entrare in guerra solo per interessi economici. E' possibile la creazione di un ente internazionale che decida chi debba entrare in guerra e contro chi? All’interno di uno stato è possibile sancire delle norme per tutti i cittadini perché la collettività condivida valori comuni, usanze, tradizioni? Ma ciò non è estendibile in forma globale perché non ci sono solide basi comuni su cui costruire una legislazione universale.
5) Perché siamo titubanti nell’accogliere gli stranieri e farli integrare? Siamo un po’ xenofobi? Gli extracomunitari attentano la nostra vita o piuttosto il nostro livello di benessere e i nostri agi? Oppure minacciano i nostri valori? Nei condomini è facile temere un albanese pensando che sia abituato a risolvere i problemi tirando fuori un coltello. In realtà ciò nasce dalla mancanza di conoscenza e dalla superficialità nei rapporti umani col prossimo. Affaccendati come siamo non abbiamo né il tempo né la voglia di scambiare con i nostri vicini due parole, ma non perdiamo l’occasione per fare commenti e critiche sgradevoli.
6) E’ giusto farsi giustizia da sé quando riteniamo che lo Stato non abbia tutelato i nostri diritti? Cicerone dice: “Per essere liberi bisogna essere schiavi delle leggi”. Quando vediamo un genitore che si scaglia con cattiveria contro l’assassino di sua figlia, o che pretende pene più severe, dobbiamo pensare che sia un eccesso di violenza o una sete di giustizia? L’atteggiamento più costruttivo sarebbe quello di un genitore che trovasse la forza di dialogare con l’aggressore per fargli capire, col dolore da lui provato, l’orrendo sbaglio commesso.
7) Non contenti di questa società dobbiamo aspettarne il crollo per poi ricostruirla oppure speriamo in un miglioramento? Cosa possiamo fare? Bisogna partire dall'educazione impartita dai genitori ai figli in famiglia. Gli anziani considerano i loro figli perfetti, ma lamentano il comportamento dei loro nipoti che sono i ragazzi di oggi. Sorge una domanda: perché i figli degli anziani non sono stati in grado di impartire a loro volta la stessa educazione ai loro figli? E’ troppo comodo pensare che sia colpa della società, nonostante si debba riconoscere che essa è profondamente cambiata con il ‘68. La società ha voluto una maggiore libertà, ma non è stata in grado di amministrarla. Siamo passati da una famiglia autoritaria, dove la volontà dei genitori era rispettata senza tante giustificazioni, a giovani abbandonati e arroganti che non accettano ordini da nessuno. Bisogna ammettere che le mamme d’oggi non sono più vicine ai loro figli, forse per motivi economici, o perché la precarietà dei matrimoni ha reso necessario alla donna lavorare per garantirsi una certa indipendenza, o perché la donna stufa del ruolo di casalinga ha preferito trovare soddisfazioni fuori della famiglia, cioè nel lavoro. Un genitore poco presente non è in grado di avere una forte autorità sui figli, perché per avere risultati bisogna dedicare tempo. Inoltre l’agiatezza economica di questo periodo ha portato i genitori a concedere molti più capricci ai figli che spesso crescono viziati perché, stanchi dopo una giornata lavorativa, loro non hanno le forze per lottare contro le pretese dei figli e si arrendono ad ogni richiesta pur di evitare un clima di conflitto, dimenticando che lo scopo di un genitore è proprio quello di educare con pugno di ferro in guanto di velluto.

Argomenti del prossimo incontro, martedì 15 maggio ore 17: ancora da Perché non sono cristiano di Bertrand Russell:
Il mistero del male come volontà divina e conseguenza umana (argomento già programmato, ma non sviluppato)

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